RECENSIONE – “Brooklyn” di Enrico Bevilacqua

Enrico Bevilacqua è una delle tante eccellenze musicali abruzzesi a livello nazionale forse ancora troppo poco apprezzato in patria. Il bassista atessano classe ’85 formatosi all’Università della Musica di Roma è infatti considerato uno dei migliori groover italiani, e le numerosi collaborazioni con musicisti dispicco internazionale lo dimostrano.Nel 2016 ha pubblicato per l’etichettateatina Music Force il suo primo album solista “Brooklyn”, che vede la partecipazione del trombettista Patches Stewart, del batterista Poogie Bell, del sassofonista Keith Anderson, del pianista Stefano Sastro, del chitarrista Roberto Di Virgilio, del percussionista Rosario Jermano e delle cantanti Natascia Bonacci e Ms. AJ.

Il disco si compone di sei tracce, tre inediti composti da Bevilacqua in collaborazione con altri artisti e tre cover della tradizione jazz e soul. Il prima brano è l’omonima “Brooklyn“, ipotetica colonna sonora di un viaggio in taxi per il quartiere più popoloso del città newyorchese. Le trame funky di Bevilacqua sono ben marcate ma ad attirare tutte le attenzioni è il botta e risposta tra il sax di Anderson e la tromba di Stewart. Nella seconda traccia “Summer sunrise” entra in scena la cantante americana Ms. Aj, un pezzo smooth jazz scritto da lei stessa. Poi spazio al trittico di cover, che parte con una fedele rivisitazione di “Can’t hide love” degli Earth, Wind & Fire, prosegue con una versione minimal di uno standard jazz come “Caravan” e termina con la reinterpretazione di “Beauty and the beast“, canzone proveniente dallo splendido album “Native Dancer” di Wayne Shorter e Milton Nascimiento. Qui si perde completamente l’appeal esotico in quanto lo spazio viene lasciato alla chitarra elettrica di Roberto Di Virgilio e al piano di Stefano Sastro. L’album si chiude con l’inedito “Bad news“, un rompete le righe in salsa acid jazz.

“Brooklyn” è senza dubbio una dimostrazione di jazz funk in pillole, una conferma del talento di Enrico Bevilacqua se mai ce ne fosse stato bisogno. Ma “Brooklyn” è anche un omaggio alla galassia soul funk in cui gravita il bassista atessano, con riferimenti diretti a capostipiti del jazz classico della Grande Mela come Duke Ellington, a testimoni estroversi del jazz fusion come Wayne Shorter e ad una band storica che ha calcato i palchi di tutto il mondo con il suo incommensurabile mix di soul, jazz e funk come gli Earth, Wind & Fire.

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Autore dell'articolo: Federico

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