LIVE & FOTO REPORT – Caparezza in concerto al PalaMaggetti di Roseto degli Abruzzi

Come da aspettativa il ritorno di Caparezza coincide con un bagno di folla. Nonostante l’iniziale spostamento del concerto da Pescara a Roseto degli Abruzzi, il PalaMaggetti ha segnato il tutto esaurito per l’unica data abruzzese del tour invernale dell’artista pugliese. Un rapporto stretto quello tra Caparezza e i fan abruzzesi, specchio comunque di un legame molto sentito anche in tantealtre parti d’Italia. In controtendenza al marasma della musica italiana contemporanea molti adolescenti, ma non solo, lo considerano uno degli ultimi rimasti a comporre musica di qualità, tanto godibile e radio friendly quanto profonda e ricercata nei testi. E nei suoi concerti viene raggiunto l’apice.

Su una struttura a più livelli in mezzo che si erge in mezzo al palco vengono deportati i musicisti di scena mentre una bolla si gonfia lentamente sul proscenio. L’incipit del live di Caparezza a Roseto degli Abruzzi è scenograficamente, mentre il pubblico si divide tra chi acclama gasatissimo per l’inizio e chi assiste stupito. Poi il cantante appare nella bolla e parte “Prosopagnosia” con la partecipazione speciale anche di John De Leo. Che il palco simboleggi una prigione appare evidente con la seguente “Prisoner 709“.

Che lo show valga da solo il prezzo del biglietto (aumentato leggermente rispetto ai precedenti tour) ne prendiamo atto con lo scorrere della scaletta. La vera forza del “Prisoner 709 Tour” è infatti nelle spettacolari scenografie e coreografie curate nei minimi dettagli che accompagnano in maniera originale qualsiasi brano. In “Confusianesimo” Caparezza si impersona in una lavatrice con le ali icona della religione del consumo dei giorni nostri, mentre in “Una chiave” vola sopra una chiave alata. Le parole non bastano per descrivere lo spettacolo e speriamo che le fotografie dell’ottimo Antonello Campanelli vi soddisfino.

L’allegria prende il sopravvento con l’inno radiofonico “Ti fa stare bene“, momento di estasi pubblica con palloni lanciati dal palco e spari di coriandoli. Con “Migliora la tua memoria con un click” entra in scena il secondo cantante Diego Perrone, ormai da anni presenza fissa nei tour dell’artista di Molfetta, poi un disturbante suono dalle casse vuole farci comprendere il problema con cui Caparezza convive da tempo, uno stressante acufene descritto molto bene in “Larsen“. Ancora cambi di scena e sorprese per il pubblico, come la camionetta della polizia parte della coreografia de “L’uomo che premette“.

Non bastano le forze d’ordine a fermare Caparezza, c’è bisogno di un ricovero forzato. Circondato da dottori in una barella (che poi fungerà anche da automobile) ci canta “Autoipnotica“, che sfumerà poi nei versi conclusivi di “Prosopagno sia“, brano che conclude l’ultimo album e simbolicamente anche questa prima parte di concerto.

Poi il buio, e solo alcune voci in sottofondo. Le uniche luci accese si focalizzano su alcune labbra giganti poste sul palco. Le voci che sentiamo sono dello stesso Caparezza e di Diego Perrone, che cercano una via di fuga, da dove possiamo immaginare. Poi eccoli sbucare fuori dal questi labbroni rossi, finalmente liberi dalla prigionia portata in scena nelle precedenti canzoni e nell’ultimo disco. 

In uno dei primi discorsi con il pubblico Caparezza lancia un’invettiva contro le mode del momento e l’ostentazione, riaffermando la sua posizione con un brano che ha ormai 15 anni di vita ma attuale più che mai: “Fuori dal tunnel“. La proposta dei brani meno recente infiamma il pubblico nel parterre, pronto a saltare al ritmo di “Legalize the premier“, altra canzone che paradossalmente rischia di tornare d’attualità.

 

Poi il pugliese comincia un discorso sul viaggio, un viaggio per allontanare i nostri problemi e ritrovare noi stessi, anche se “Non me lo posso permettere“. Qui comincia il vero tripudio nel parterre con il pogo e anche nelle tribune dove si alzano tutti in piedi. Grande clamore anche per la sorpresa “Jodellavitanonhocapitouncazzo“. Dopo un viaggio a vuoto nella ruota di un criceto durante “Goodbye Malinconia” Caparezza è costretto a giungere alla conclusione che il viaggio non risolve realmente i nostri malesseri.

Fortunatamente la sua soluzione a tutti i problemi è stata la musica, una terapia che lo ha aiutato a superare momenti difficili e che per questo ha voluto celebrare nella fantastica “China Town“. Anche nella seconda parte di concerto non mancano scenografie di un certo livello, come quella che vede Caparezza vestito come un apicoltore in “La fine di Gaia” alle prese con uno sciame di api ballerine.

Poi c’è l’arrivo di una statua, o meglio di un totem, nel mezzo del palco. E’ uno Spaventapasseri, figura che Caparezza valorizza in antitesi al disprezzo letterario in quanto capace di allontanare gli uccelli come i corvi, simboli malauguranti che simboleggiano la morte. Con l’ingombrante presenza sul palco viene eseguita “Vieni a ballare in Puglia“, forse il brano più amato dai suoi fan. E sempre per rimanere in tema di corvi Caparezza sale in cattedra (di storia dell’arte) per presentare un dipinto che lo ha colpito molto e di cui ha già parlato in più occasioni: è “Campo di grani con un volo di corvi”, testamento artistico e spirituale di Vincent Van Gogh. E’ ovviamente anche il momento di “Mica Van Gogh“.

Non manca ovviamente il bis, che include il lancio in area del cosmonauta Caparezza in “Avrai ragione tu” e il conseguente atterraggio sul satellite terrestre nella storica “Vengo dalla Luna“. Poi il momento dei saluti finali di rito e l’arrivederci ai fan con l’esplosiva “Abiura di me“.

Il “Prisoner 709 Tour” è un caleidoscopio di emozioni, scenografie e canzoni talmente diverse tra loro eppure così armoniche in sequenza. Uno spettacolo che vede l’impegno di numerosi coreografi, ballerini e tecnici dietro le quinte e ai mixer, oltre ai professionali musicisti in scena: Rino Correri alla batteria, Alfredo Ferrero alla chitarra, il bassista Giovanni Astorino, il tastierista Gaetano Camporeale e le coriste Carmen Montagna e Anna Lovecchio, Diego Perrone e lo stesso Michele Salvemini. Uno show che è anche simbolo di uno stato d’anima del cantante pugliese, una prigionia mentale che ha raccontato artisticamente nel recente album e una voglia di evasione e di “stare bene” proprio attraverso la musica, contagiando così anche i suoi fan sparsi per l’Italia.

FOTOGALLERY DI ANTONELLO CAMPANELLI

   

 

 

Autore dell'articolo: Federico

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